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(di Lara Lago & Max Mbassado) Non si finirà mai di discutere. Questo di dove si possa porre il confine tra dove finisce l’hip hop commerciale e dove inizi l’underground è uno di quegli argomenti di cui si ama parlare per ore: nei forum di genere i commenti si sprecano, se vuoi fare un po’ il bullo basta dire che “io no, io ascolto solo underground!”, espressione da correlare da un bel “yeah!” finale magari, in pieno commercial mood. Ma allora chiediamoci: chi o quali caratteristiche sono da attribuirsi a quel sound che corre sottosuolo? E alla luce del sole, saremo sempre e solo destinati a sentire schifezze?
Le cose in realtà non stanno proprio così. In senso tecnico secondo alcuni non esiste una vera e propria differenza tra underground e commerciale perché quello stesso brano che oggi le charts non conoscono, potrebbero portarlo in auge domani. Dicendo “commerciale” già ci sembra di sentire Kanye West, The Game e Pharrell; pensando all’underground la “1,2 & Pass it” di Doug E. Fresh featuring Fat Joe, Jeru The Damaja, KRS-ONE, Mad Lion, Smif-N-Wessun e prodotta da Dj Premier sembrerebbe poter incarnare un ottimo manifesto della golden era (1995). Aprendo il vocabolario alla voce “commerciale” leggiamo: mirante solo all’incasso, senza un particolare impegno sul piano artistico o culturale. Ma sarà davvero così? In un disco hip hop si cercano concetti validi, una parte musicale con attitudine, conoscenza e competenza, ma un disco diventa commerciale quando vende. E per vendere deve rispecchiare i gusti e le aspettative di chi lo compra. Provate ad aprire un “Tv Sorrisi e Canzoni” e osservate attentamente le classifiche italiane confrontandole con quelle americane e quelle francesi: quanto in alto sta l’hip hop nostrano? E che qualità porta con sé? Un italiano medio trentenne, sentendo i testi di Fabri Fibra o di Mondo Marcio o di Amir, difficilmente sarà invogliato a comprare un disco rap. Ma se potesse sentire i testi degli IAM tradotti, penserebbe ancora che l’hip hop non è che rumore per sedicenni? Non esisterà mai un’unica definizione che soddisfi in pieno la dicotomia underground versus commercial. L’underground ha come sue prerogative la credibilità di strada, la coerenza, un messaggio valido, uno spessore artistico non indifferente, una buona musicalità. E con tutte queste caratteristiche sarà possibile conquistare anche i consensi della critica oltre che delle classifiche. Gli esempi ci sono e valgono la pena di essere citati: i Public Enemy del periodo d’oro dal 1988 al 1996, i Run Dmc dall ’84 all’88, GangStarr “Owners” e “Full Clip”, gli Arrested Development con “3 years, 5 months and 2 days in the life of”, per non parlare poi dei Fugees con “The Score” o degli Outkast di “Stankonia”. Certe volte si tratta proprio di successi non preventivati e per questo non prefabbricati in plastica: Chuck D quando fece uscire “It takes a nation of millions” non aveva neppure immaginato di arrivare a vendere talmente tante copie da diventare un fenomeno mediatico; per questo motivo nessuna strategia di marketing ha snaturato il suo messaggio e la sua musica. E forse è proprio qui da ricercare la giusta chiave di lettura: nel modo, nell’attitudine e nello spirito con cui ogni artista propone la sua musica. Oggigiorno ciò che è commerciale è facilmente individuabile: la ricetta prevede un’indagine di marketing che testi e copi i trend del momento, la creazione di gruppi come tante boy band fatte in serie come moderni giocattoli per teen-agers, e soprattutto un prodotto finale identico a tanti altri prodotti finiti. Il problema va ricercato anche nei mezzi di comunicazione che cercano di bollare un gruppo o un MC come la "next big thing", scatenando un domino-gregge che fa nascere un tam tam informativo. Si inizia a parlarne fino alla noia e il business porta lartista in questione ad esser definito come commerciale o meno, indipendentemente dalla sua vera natura. Un esempio lampante: quando i media iniziarono ad interessarsi dei Public Enemy, lo fecero inizialmente per parlar dei loro contenuti, ma spesso, per risultar più sensazionalisti, c’era una tendenza ad alzare i toni fino a dipingere il gruppo addirittura come razzista o razzista al rovescio, come se esistesse a questo mondo un razzismo dritto… E a quelle major che hanno cercato di costruire artisti a tavolino facendo indossare loro limmagine di "real" e "underground" attraverso pallottole o gansta lifestyle, volendo comprare una credibilità di strada per natura innata e che non ha bisogno di essere rimarcata a parole, ricordiamo che esiste un pubblico sensibile che è parte integrante della scena hip hop. E sarà proprio questo pubblico a riuscire a distinguere l’hip hop autentico dall’imitazione. Si tratti di hip hop acclamato dai più o ancora underground. |
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